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breve affabulazione in forma di dialogo per lo svelamento della statua del perseo
di Carlo Adelio Galimberti

spettacolo teatrale rappresentato in Piazza Signoria a Firenze il 23.6.2000
BENEDETTO VARCHI (Alessandro Haber); BENVENUTO CELLINI (Flavio Bucci); regia di G. CAUTERUCCIO

medusa
perseo
retro perseo

Ogni fatto, affermazione o richiamo del testo è assolutamente autentico e sostenuto dalle più rigorose fonti storiche e dagli studi più recenti sull’argomento. Le fotografie sono di Liberto Perugi tratte dal testo "Il viaggio del Perseo", ed. Pagliai Polistampa, Firenze 2000.

 

VARCHI[1] Sono anch’io qui con voi a provare la soddisfazione nel veder ricomporre l’irripetibile scena di questa formidabile piazza. Ma quella di stasera non è la semplice ricollocazione della statua di Benvenuto Cellini dopo il suo restauro: qui si ricompone la straordinaria bellezza di questo luogo che, senza il Perseo, per questi anni ha sofferto nella sua integrità di altissimo manifesto estetico dalle caratteristiche uniche al mondo. In questo luogo che ha visto l’aprirsi di quella straordinaria stagione dell’arte che fu della grande maniera italiana, immaginate cosa doveva essere per i fiorentini d’allora, veder crescere questo spazio, così come voi oggi lo vedete. Anzi, noi abbiamo ora l’occasione di rivivere uno degli accadimenti più esaltanti di quel tempo. Voi ora siete qui di fronte a questo velo come lo erano i fiorentini del ‘500. Provate a immaginare d’essere in quel momento. Io so cosa successe. Io c’ero in quel tempo. Vi domanderete chi io sia: sono Benedetto Varchi. Sono quel letterato cui il nostro Duca Cosimo diede l’incarico di scrivere la storia gloriosa della nostra città. Mi sembra infatti d’essere adesso qui con voi come allora, come quella mattina di cinque secoli fa, quando fu scoperta la statua di Perseo: stessa piazza, stesse pietre, stessi palazzi. Il lavoro della città si è interrotto. Non ci sono funzioni nelle chiese. Le botteghe sono chiuse. L’andirivieni di carri e persone è fermo. L’attesa è grande, la curiosità della folla altissima. L’ultima commissione del Duca, il grande Cosimo I, sta per manifestarsi. Ecco qui i nobili nelle loro vesti variopinte, più in là gli artisti della «scuola» fiorentina: rivedo Bronzino, Pontormo[2], Baccio Bandinelli. Ma soprattutto [lo indica] rivedo voi, Messer Cellini. Anche voi qui a risentire «il grido che si leva smisurato a lodarvi e che vi consolò alquanto»[3], come voi avete scritto nella vostra autobiografia. Ma non vedo il Duca.

Cellini – C’è, c’è il Duca. È che non vuol mostrarsi. Non mi vuol dar soddisfazione. Sta lassù, dietro alle finestre del suo palazzo.[4] E pensare che è proprio per il suo governo e per la sua figura di gran principe di codesta signoria che ho lavorato e tribolato per anni attorno a quest’opera, sfidando anche le invidie degli scultori fiorentini.

VARCHI  - Ah! E perché mai non vorrebbe darvi merito?

 

Cellini – Sapete bene come sono i potenti. Hanno spesso gusti bizzarri e talvolta vengono mal consigliati. Forse il Duca non s’aspettava un’opera così simile al vero, così naturale, come ne ha scritto entusiasta il vescovo Minerbetti a Giorgetto[5] Vasari.[6] E so infatti come la pensano questi esteti della Controriforma[7] che gli girano attorno: quanto più l’opera è simile al naturale tanto più proviene dai sensi e non dall’intelletto, o, per dirla con la loro espressione, con la «sfera bassa» dei sensi dell’artista.

 

Varchi  - Ma io avevo sentito dire che al Duca era piaciuto tanto il modellino che ne avevate fatto. Mi ricordo che a corte si parlava del suo entusiasmo, tanto che disse: “Se Benvenuto, avrà il cuore di condurmi in grande quest’opera così come io ne ho visto il modello, potrà chiedermi tutto quello che vorrà”.[8] Non è forse andata così?

 

Cellini – Macché. Mi ricordo quando fu scoperta la prima volta per poche ore in quell’alba di settembre. Io non volevo che la si vedesse[9], perché ancora era necessario un lungo lavoro di rinettatura e sistemazione dei pezzi. Ma l’insistenza del Duca di vederne l’effetto vinse.

 

Varchi  - Ricordo benissimo quella mattina quando in piazza «si levò un grido smisurato di lodi, la qual cosa fu causa di consolarvi alquanto». E a voi che effetto fece vederla per la prima volta, qui sotto la Loggia?

 

Cellini – Ne rimasi anch’io letteralmente sedotto, per cui dissi che se anche il Duca m’avesse dato «10.000 scudi d’oro in oro ei non me l’avrebbe ancora pagata» perché la reputavo inestimabile.[10]

 

Varchi  - Lo credo bene! E quanto ve l’ha pagata?

 

Cellini – …solo 3.500. E poi a rate. Con mia pena e ansia. Io mi sono scervellato a capire questa caduta della considerazione del Duca verso la mia figura e il mio lavoro.[11] Certo non sono artefice cortigiano. Non sono di quelli che dicono sempre di sì per compiacere il committente, e forse son anche di carattere capriccioso e facile alle passioni. Ma sono certo che dev’esser colpa delle invidie che su di me giravano a corte e che trovavano facile terreno nell’ostilità della signora Duchessa nei miei confronti..

 

Varchi  - Ma come, la grande Eleonora di Toledo, che il Bronzino ha ritratto così mirabilmente, così attenta alle cose belle, non stimava un artefice della vostra qualità, per di più esperto d’oreficeria quale voi siete?

 

Cellini – Ma cosa volete mai: conoscete le bizzarrie delle donne. Cominciò con la faccenda delle perle di cui lei si era incapricciata.[12]

 

Varchi  - Perché? Che avete combinato con le perle della Duchessa?

 

Cellini – Ma nulla d’importante: le avevo stimate difettose e di poco valore, certamente poco degne si sua Eccellenza Illustrissima.

 

Varchi  - Ho capito: lei non era del vostro parere e vi ha contraddetto.

 

Cellini – No, no. Anche lei si persuase dei loro difetti, ma le piacevano ugualmente tantissimo e così mi chiese di non farne parola al Duca temendo che per il mio parere negativo il Duca non gliel’acquistasse.

 

varchi  – Ho capito: non avete mantenuto la parola!

 

Cellini – Ma potevo mai io ingannare il mio Signore[13] per il quale nutrivo tanta ammirazione e affetto d’aver abbandonato il favore del re di Francia e il castello dove vivevo e lavoravo da gran signore e stimatissimo artefice?[14]

 

varchi  – E così è cominciata quella sorda inimicizia tra voi e la Duchessa. Ma poi sarete riuscito a spiegarvi e ad appianare i contrasti.

 

Cellini – Macché la cosa è continuata a causa del mio rifiuto di consegnare a Palazzo (come lei desiderava) le statue piccole che avevo fuso per la base del mio Perseo.[15]

 

varchi  – E perché non l’avete accontentata?

 

Cellini – E come avrei potuto. Là sotto al mio Perseo dovevano stare. Là le avevo concepite, in quella base di marmo greco per quale avevo impiegato il lavoro di sette tra intagliatori e scalpellini per tre anni consecutivi!

          Ma debbo dire che con lei avevo anche poca fortuna…

 

Varchi  - Che volete dire, maestro?

 

Cellini – Cosa volete: ero proprio sfortunato! La Signora Duchessa era… diciamo… cagionevole di salute. Mai una volta che io andassi a palazzo e che lei non fosse in bagno e a causa della mia presenza venisse scomodata. Voi capite…!

 

Varchi  - Via…. mastro Cellini!

 

Cellini – No, no, non equivocate. Certo tutto contribuiva…. Persino gli astri, io credo: il Duca è un «Capricornio», mentre io sono un «Granchio ardito».[16] Segni opposti, dunque inconciliabili tra loro. Ma sono certo che la maggior responsabilità l’hanno avuta la gelosia e le maldicenze sul mio conto che non m’hanno certo giovato nei favori della corte.

 

Varchi  - Ma come, un maestro del vostro valore avrebbe dovuto suscitare ammirazione ed emuli tra gli artisti fiorentini, perché penso che siano tra questi che s’annidassero le gelosie di cui sospettate.

 

Cellini – Aggiungeteci pure qualche cortigiano malevolo[17] per meschinità e miseri interessi d’ogni tipo. Ma si, avete  ragione. Erano soprattutto i miei rivali a mettere in dubbio e invidiare il mio valore: il Bandinelli, il Vasari, l’Ammannati. Soprattutto il primo. Il Bandinelli. Non mi poteva sopportare. M’ha dichiarato una guerra astiosa e insistente.

 

Varchi  - Ma chi? Baccio Bandinelli? Il mirabile autore dello splendido “Ercole e Caco” [lo indica] che sta lì sulla ringhiera del palazzo con il “David” di Michelangelo e la “Giuditta” di Donatello?

 

Cellini – Ma quale mirabile autore! Quale “splendido” Ercole e Caco. Ma non vedete le spalle di Ercole che «somigliano a due arcioni d’un basto d’asino»? E i muscoli? Sembrano «ritratti da un saccaccio pieno di poponi» mentre le schiene dei personaggi «paiono ritratte da un sacco pieno di zucche lunghe».[18] No, credetemi, io non so come abbiano avuto l’ardire di accostarlo alle altezze mirabilissime del divino Michelangelo e di Maestro Donato.

 

varchi – Via, maestro! È pur sempre un’opera di marmo. E voi conoscete bene quanta maestria occorra per cavare da un sol blocco una scena così complessa.

 

Cellini – Ma come, voi dovreste saperlo che il marmo stesso si rifiutò d’esser toccato dalla mano di Baccio Bandinelli, dopo ch’era stato abbozzato dalla grazia del tocco di Michelangelo.

 

Varchi  - Ma cosa dite maestro! Credete anche voi alle leggende?

 

Cellini – Ma se lo raccontano tutti quello che successe: il marmo, già sbozzato da Michelangelo, gli fu tolto per i malevoli uffici di Domenico Boninsegni, contabile per le opere in S. Lorenzo e amico del Bandinelli. Quando il marmo fu trasportato a Firenze, sapendo di venir «storpiato dalla mano del Bandinelli, disperato per si cattiva sorte, s’era gittato a fiume».[19]

 

Varchi  - O via… queste sono le cattiverie che vi inventate voi artisti

 

Cellini – No, no: chiedetelo a Giorgetto Vasari, che l’ha scritto nelle sue “Vite”. E poi non sono io che sparlo del Bandinelli! È lui che è invidioso. Non mi ha mai potuto sopportare. Ha cominciato subito, appena sono rientrato a Firenze dalla Francia. Diceva che non sapevo scolpire. Che ero solo un umile orafo. Allora l’ho sfidato chiedendogli io un marmo perché dimostrassi le mie abilità.

 

Varchi  - Mi ricordo, mi ricordo. Ma questi signori forse non lo sanno. Dite loro come è andata.

 

Cellini – Come è andata? Quel perfido! M’ha fatto avere un blocco difettoso. Io ci lavoravo di lena ma «lo sentivo tutto crocchiare»[20]. Voleva farmi fallire ad ogni costo.

 

Varchi   - Non ditemi che proprio uno come voi, col vostro caparbio carattere, possa mai  arrestarsi di fronte alle difficoltà. Non avrete, per caso, rinunciato alla sfida?

 

Cellini – Non sia mai che Benvenuto Cellini abbandoni: non sono di razza codarda io! Nonostante i difetti della pietra ugualmente ci «cavai quel che potetti», come poi  è stato il mio bellissimo “Apollo e Iacinto”. E così convinsi il Duca e disposi dei mezzi per continuare il mio Perseo. Certo, anche il Bandinelli non fu tenero col mio Perseo. I suoi giudizi erano malevoli e sprezzanti.

 

Varchi  - Immagino non l’apprezzasse. Ma cosa disse?

 

Cellini – Disse che aveva le gambe da femmina! Qell’incolto. Ma se lo sanno tutti che ho preso per modello quel Bernardino Mamellini che su al Mugello tutte le fanciulle se lo contendono per la sua bellezza! Non c’era ragazzo più bello a Firenze e dintorni, tanto ch’io ero anche geloso della mia Dorotea[21], quella splendida sedicenne che usavo per modella per la Danae.

 

Varchi  - Dovete ammettere che peraltro anche per voi, con il vostro Perseo, la sfida era temeraria: qui in questa piazza vi trovavate in compagnia della Giuditta di Donatello e del David di Michelangelo. La Giuditta stava proprio lì nel primo arco di questa incredibile Loggia. Voi avreste dovuto occupare l’altro arco in corrispondenza. Non sentivate l’altissima competizione con la Storia che vi stava accanto. Non avete forse avuto eccessiva ambizione? E perché proprio un Perseo?

 

Cellini – Come vi avevo detto avrei potuto concludere in Francia la mia carriera come avevano fatto Rosso Fiorentino e Primaticcio, e dove godevo dei favori del Re. Ma, da buon fiorentino, ho sentito il bisogno irresistibile di ritornare nella mia città e dimostrare così alla «Scuola» fiorentina la mia eccellenza e il mio buon diritto d’esser annoverato tra i maestri dell’altissima tradizione che si snoda da Donatello, «il maggiore scultore che sia mai stato», come ho scritto nei miei trattati dell’Oreficeria e della Scultura, al «meraviglioso» Michelangelo, dei quali ho infinita stima. Ed è con loro che tentavo il confronto, non certo con Baccio Bandinelli.

 

Varchi  – Certo che Baccio vi stava proprio…… antipatico.

 

Cellini – Non è questione d’antipatia: è che bisogna esser maestri nello scolpire ed avere lo stesso intendimento degli antichi.

 

Varchi  - Spiegatevi meglio.

 

Cellini – Non bisogna lavorare come se si facesse un’opera in piano, che sia dipinta o disegnata; «una statua de’ avere otto vedute, e conviene che le sieno tutte di egual bontà» che regga la vista dei «quattro punti principali»,[22] cioè davanti, dietro e i due fianchi, e dei «quattro complementari», situati nei punti intermedi. E non è solo questione di strutture, di composizione, di punti di vista. Trattandosi di opera in bronzo si aggiungono le difficoltà e i rischi della fusione.

 

Varchi  – Beh, le fusioni in bronzo non erano certo una novità. La tecnica la si conosceva. Proprio qui avevate il confronto col bronzo della Giuditta del grande Donatello.

 

Cellini – Ma vi pare che dovendo essere io a realizzare l’impresa mi accontentassi dei metodi in uso. Anche la “Giuditta” del grande Donatello è fatta da undici pezzi ricompattati, molto diversi fra loro. È questa una maniera di condurre le fusioni con grandissima difficoltà. Dovendo essere io a cimentarmi con una fusione di queste dimensioni, volevo che anche per le novità tecniche che volevo introdurre si mostrasse tutta la mia genialità.[23]

 

Varchi  – …certo, …la vostra genialità, …dimenticavo! So infatti che di tecnica ve ne intendete parecchio: ne avete scritto nei vostri Trattati dell’oreficeria e della Scultura.[24] Ma ditemi: avete incontrato difficoltà in questa vostra nuova impresa?

 

Cellini – Tantissima: sembrava che, dovendo fondere Perseo, tutto l’Olimpo mi fosse avverso. Ho persino rischiato l’incendio della casa.

 

Varchi  – Addirittura. Ma come è successo?

 

Cellini – Ho terminato la modellazione e rivestito la statua della sua «camicia». Accendo il fuoco per fondere lo strato di cera. Ma quelle fiamme salgono troppo: io grido e chiamo gli aiuti. Niente. Fiamme sempre più alte fino a incendiarmi un pezzo del tetto della bottega. Ma non basta: fuori si scatena una bufera infernale di vento e pioggia.25

 

Varchi  – Mamma mia! Se non proprio tutto l’Olimpo almeno il dio Efesto non vi era favorevole. E come avete fatto, quindi.

 

Cellini – Era tale la tensione e la concitazione che mi prende una «febre efimera» che mi impedisce di continuare e mi costringe a coricarmi. Lascio agli aiuti di terminare la fusione. Ma questi indugiano e così il bronzo s’indurisce nella fornace. Mi vengono a chiamare e, ancora con la febbre addosso, mi alzo di corsa e faccio portare nuova legna per alimentare il fuoco e ravvivarlo. Poi ci aggiungo un grosso panno di stagno per rendere fluido il metallo. Sono trepidante, Spero di riuscire farcela. La pressione all’interno sale sempre di più. Sale, sale, sale fino a livelli insopportabili fino a quando il coperchio salta con un fragore fortissimo producendo un gran lampo che ci abbaglia tutti.25

 

Varchi  – [che ha seguito l’ultima battuta con mimica di chi si stupisce e s’impressiona] - Mamma mia! A quel punto tutto sta allora per andare perso.

         

Cellini – Non solo: il tetto della bottega è ormai mangiato dal fuoco del camino. Ma non è questo che mi preoccupa. La paura mi prende quando vedo che il metallo, non ancora al punto giusto, comincia a colare sui canali che portano alla forma della statua. Ma il metallo non è fluido come dovrebbe, non scorrerà mai così! Allora urlo perché si rimedi con una trovata che mi venne in mente lì sui due piedi: «io feci pigliare tutti i mia piatti e scodelle e tondi di stagno, i quali erano in cucina a dugento, e a uno a uno io li mettevo dinanzi ai mia canali, e parte ne feci gittare drento la fornace».[25] Alla fine, come vedete, ce l’ho fatta.

 

Varchi  – Evviva! Un’impresa mai tentata prima per complessità e dimensione. Ci siete riuscito! Avrete avuto certamente i complimenti a corte.

 

Cellini – Ma cosa volete che capiscano, a corte, di fusioni… Le preoccupazioni del Duca in ordine all’opera non erano certo d’ordine tecnico. A lui, con quest’opera, importava il progetto politico sottinteso, come è naturale.

 

Varchi  – Che c’entra la politica con l’arte.

 

Cellini – C’entra, c’entra. Fin dal tempo degli antichi romani l’arte è stata spesso “istrumentum regni”, mezzo per governare, e volete che uno come Cosimo I°, che si farà ritrarre in veste d’Ercole e d’Augusto[26], si sottragga a quest’intendimento? Già qualche anno prima s’era fatto ritrarre da Niccolò della Casa[27], su disegni del famigerato Bandinelli…

 

Varchi   - …ci mancava…

 

Cellini – …in veste di condottiero: una figura fiera, determinata, gambe divaricate, braccio destro sul fianco mentre il sinistro regge il bastone del comando. Dietro di lui, a indicare la sua forza, le armi dove sullo scudo campeggiava la testa di Medusa. Quella Medusa che stava già sullo scudo della dea Atena e che aveva il potere di pietrificare i nemici: come a dire che chi attenterà al suo potere sarà pietrificato!

 

Varchi  – Ma come la mettiamo allora: non è la medesima Medusa che il vostro Perseo uccide?

 

Cellini – O certo. Ma vedete nel mito Perseo è eroe di stirpe reale come il nostro Duca. Perseo deve affrontare un destino all’inizio temibile prima di aver ragione sui suoi avversari. Esattamente come Cosimo. Per finire Perseo diviene sovrano di una città, Micene, che fortifica e protegge col buon governo, guadagnandosi il favore del popolo: esattamente quello che Cosimo annuncia così ai fiorentini.

 

Varchi  – Questa statua è quindi l’incarnazione del nostro principe, allegoria delle sue imprese e manifesto del suo governo. Ma, ditemi: la Medusa uccisa?

 

Cellini – Vedete il mio Perseo doveva essere collocato qui sotto questa Loggia in posizione simmetrica alla Giuditta di Donatello. Quella stessa Giuditta che alla fine del secolo precedente con la cacciata di Piero e Lorenzo de’ Medici e l’instaurazione della Repubblica ai tempi del Savonarola, fu trasferita davanti a Palazzo Vecchio.

 

Varchi  – Ah, questo lo so bene io: mi conoscete, sono quello che ha scritto la storia della nostra città. Ricordo che quando la Giuditta fu spostata su quella che era la “ringhiera” di Palazzo Vecchio, fu sostituita la scritta originale con quella che recita “Esempio di pubblica salvezza. I cittadini posero”.

 

Cellini – Vedete? La statua era quindi manifesto repubblicano.[28] Ora, con Cosimo, la Giuditta viene rimessa qui sotto la Loggia cuore di questa piazza, che era il centro politco-istituzinale della città, spettatrice delle turbolenze politiche per l’alternarsi della fazione repubblicana con quella filomedicea, con tutte le conseguenze di condanne, esili, confische dei beni, e tutto quello che le lotte civili comportano. E la risposta del Duca a quella scritta alla base della Giuditta è l’uccisione di Medusa da parte del mio Perseo, quasi a indicare che ogni  velleità repubblicana è ormai sconfitta.

 

Varchi  – [sta in silenzio e assume un atteggiamento pensieroso]

 

Cellini – Che c’è? Qualcosa non vi convince?

 

Varchi  – No, no. Stavo riflettendo. Pensavo ai vostri tempi e a quelli d’oggi. Pensavo a quella vostra raffinatissima propaganda politica e a quella di oggi. Ma scusatemi. Vi porterei in confusione. Non badatemi. Certo però che per un artista del vostro tempo era assai impegnativa la professione. Non bastava l’abilità tecnica. L’impegno era anche culturale e politico a quanto sento.

 

Cellini – Ebbene si, eravamo d’una razza particolare, che ha raggiunto livelli d’impegno ineguagliati. Certo il cammino è stato lungo e difficile. Prima eravamo considerati semplici artigiani, nel mio caso semplici scalpellini o lapicidi.

 

Varchi  – Ricordo benissimo: so anche che mentre i pittori stavano nell’Arte maggiore dei Medici e degli Speziali, voi scultori eravate confinati in quella minore dei Muratori e Carpentieri.

 

Cellini – Eh, si! Ci son voluti i grandi fiorentini di quell’irripetibile stagione dei Masaccio, Donatello, Brunelleschi per iniziare quel glorioso cammino che ci porterà ai trionfi di Leonardo e Michelangelo, quando ormai l’artista è un intellettuale che a corte siede ormai alla tavola del suo Signore e disputa con gli Umanisti.

 

Varchi  –Certo: ormai eravate protagonisti della vita culturale, politica e istituzionale del nostro tempo. Il popolo vi ammirava ed esprimeva il suo consenso o disapprovazione per il vostro lavoro. Talvolta si formavano dei veri e propri partiti, a favore dell’uno o dell’altro.

 

Cellini – Proprio così. Il nostro lavoro era nella vita di tutti e da tutti veniva giudicato. Sapete quanti sonetti di lode sono stati attaccati al mio Perseo?

 

Varchi  – Immagino, immagino, maestro.

 

Cellini – Ma che ci fa tutta questa folla ancora stasera qui davanti al mio lavoro?

 

Varchi  – È qui, maestro, per rendervi di nuovo omaggio. Vedete la vostra statua ha subito danni….

 

Cellini – E chi è stato! Il Bandinelli?

 

Varchi  – No, no. Maestro, non vi adirate. Credo che l’autore dei danni in realtà vi renda merito: vedete è stata colpa del Tempo. D’altra parte siete voi che avete voluto sfidare la Storia. E avendo voi conquistato il cuore dei fiorentini, non potevano non aiutarvi a vincere anche quest’ultimo nemico. Il vostro Perseo è stato guarito e ricollocato qui dove voi l’avevate messo. Solo l’originale della base con le statue piccole è ricoverata….

 

Cellini – …ho capito se l’è prese la Duchessa…

 

Varchi  – …no, no. Sono al museo. Qui c’è una copia perfetta della base. Ma il vostro eroe è intatto e splendente. È qui ancora tra noi. Come lo siete voi qui con noi a riprendervi il plauso della folla, come in quella memorabile mattina del settembre di cinquecento anni fa. Non è cambiato nulla. Oddio, forse son cambiati un poco i fiorentini: non vedo più quei vestiti variopinti, non vedo più carri e animali. Ma a questi fiorentini del terzo millennio non è mutata una cosa: l’amore legittimo e smisurato per la loro incredibile storia e quindi per voi che con il vostro Perseo vi avete contribuito così grandemente. Grazie maestro.

 

Cellini – Grazie a voi, Messer Benedetto. E grazie ai fiorentini per l’affetto che portano a questa mia fatica. So che col Perseo questa Loggia è cresciuta fino a diventare il complemento perfetto di questa loro piazza straordinaria. Fatemelo rivedere il mio Perseo: so che è la sotto, ritto in piedi con quel braccio alzato quasi a indicare a che eccellenza ha saputo esprimersi nei secoli questa incomparabile cittadinanza. Ridiamo aria ai suoi gesti e spazio alle sue forme. Voglio risentire tutta l’emozione dell’acclamazione che già avevo provato e ascoltato[29] cinquecento anni fa.

Via dunque il velo!

 

[1] Benedetto Varchi - 1503,1565 – Letterato fiorentino. Ricevette da Cosimo I° l’incarico di stendere la storia della città di Firenze.

[2] B. Cellini , Vita, II, XC

[3] B. Cellini ,  ibidem, II, XC

[4] E. Camesasca (a cura di) , B. Cellini, Vita, pag. 13 – Milano, 1985

[5] Apparente vezzeggiativo utilizzato da Cellini, in realtà, con successiva aggettivazione, ne rivela il disprezzo (Vasari trasformato in «Vasellario», ecc.) in b. cellini, op. cit., I, LXXXVI

[6] E. Camesasca (a cura di)op. cit.– pag. 12 , Milano, 1985

[7] E. Camesasca (a cura di)ibidem – pag. 22 , Milano, 1985

[8] Supplica di B. Cellini al Duca Cosimo del 17 settembre 1557 in: E. Camesasca (a cura di), ibidem, pag. 15 , Milano, 1985

[9] B. Cellini, op. cit., II, XC

[10] Da suppliche varie di B. Cellini documentate in: D. Trento (a cura di) – Edizione in occasione della mostra: B. Cellini : Opere non esposte e documenti notarili – Firenze, Museo Nazionale del Bargello, 1984

[11] D. Trento (a cura di) – Edizione in occasione della mostra: B. Cellini : Opere non esposte e documenti notarili – Firenze, Museo Nazionale del Bargello, 1984

[12] B. Cellini,  op. cit., II, LXXXIII

[13] B. Cellini , ibidem., II, LXXXIV

[14] E. Camesasca (a cura di),  op. cit.– pag. 19 , Milano, 1985

[15] B. Cellini,  op. cit. , II, LXXXIII

[16] P. Barocchi (a cura di), Scritti d’arte del Cinquecento, vol. III Pittura e Scultura – Torino 1978

[17] E. Camesasca (a cura di), op. cit.,  pag. 16 , Milano, 1985

[18] D. Trento Tecnologie per l’Umanesimo – Milano, 1997

[19] G. MilanesiLe Opere di G. Vasari – vol. VI, pag. 150 – Firenze, 1981

[20] B. Cellini,  op. cit., II, LXXII

[21] E. Camesasca (a cura di),  op. cit.,  pag. 55 , Milano, 1985

[22] B. Cellini – Lettera a B. Varchi del 28 gennaio 1546 (E.G. Holt,  Storia documentaria dell’arte, pag. 238, Milano, 1977)

[23] E. Camesasca (a cura di)op. cit.– pag. 24 , Milano, 1985

[24] I frontespizi della prima edizione dei Due Trattati sono a New York, Pierpont Morgan Library

[25] B. Cellini,  op. cit., II, LXXVII

[26] Realizzato tra il 1570 e il 1573, il Cosimo I Ercole Augusto era collocato sulla testata del palazzo delle Magistrature di Firenze fino al 1585. Fu successivamente sostituito da una statua del Giambologna. Attualmente è al Bargello.

[27] Niccolò della Casa, Ritratto di Cosimo de’ Medici, Firenze, Biblioteca Marucelliana – Gli autori sono registrati nelle iscrizioni del foglio: «Bacius Bandinel Flo.s 1544 / Cosmus Medices Florentiae Dux II / N. D. La Casa f

[28] E. Camesasca (a cura di),  op. cit.,  pag. 520, nota 8 – Milano, 1985

[29] B. Celliniop. cit., II, XCII

 

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