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Televendita
(febbraio '13)

Abbiamo provato tutti ad assistere ad una vendita televisiva di opere d’arte. Sono, trasmissioni solitamente notturne e, per effetto del torpore che ci prende in quelle ore, diveniamo più tolleranti nei confronti del linguaggio con cui vengono presentate le opere. Ma se provassimo a prendere sul serio quello che viene proposto, potremmo scoprire che spesso l’eloquio iperbolico del presentatore diviene una vera e propria pantomima comica. Qualunque sia la qualità dell’opera, ci viene detto che si tratta di un’opera introvabile sul mercato, che noi siamo gli unici fortunati che possono entrare in possesso di quello che è ambito da tutti i musei del mondo, ma che se siamo svelti a telefonare avremo un pezzo di storia dell’arte che entra in casa nostra.

Naturalmente il prezzo è da scontare e quindi i milioni di euro che avrebbe speso un museo, per noi, fortunati spettatori, diventano poche migliaia. Il linguaggio è del tipo più sconcertante: le parole si ripetono ossessive, con aggettivazioni enfatiche, con locuzioni del tipo «ma come fate a lasciarvela scappare», «un’occasione così non vi capita più», «tra qualche anno varrà dieci volte quello che oggi pagate». Ma il momento più comico è quando viene detto che l’opera è «pubblicata», mostrandoci una monografia dell’artista, e invitandoci a credere che, per questo, quell’opera appartiene alla storia dell’arte. Come se a tutti noi bastasse farsi stampare una monografia per entrare dritti nell’olimpo della Storia. Il momento culminante dell’effetto comico è spesso la zummata della telecamera su un grumo di colore di un’opera indecifrabile, che fa scattare l’esaltazione del televenditore che, estatico e rapito, ripete ossessivamente: «Guardate che roba! Guardate che cos’è questo blu! Guardate il gesto, signori miei, siamo di fronte ad una macchia ...epocale [sic]».

 


 



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